sentivo spesso una musica arrivare dal salotto; ricordo perfino la copertina del disco, che ritraeva un anziano signore con la barba rossiccia, e in particolare la bellissima canzone Oyfn pripetshik di Mark Warshawsky, che è rimasta nitida nella mia memoria.
I miei nonni parlavano fra loro in yiddish, specialmente quando non volevano farsi capire da noi, oppure quando si ritrovavano con gli amici ai giardini per giocare a domino.
Quando chiesi a mia nonna, che era nata in Crimea, di insegnarmi il russo, mi disse che non avrebbe mai più parlato quella lingua: il suo odio per i russi era quasi paragonabile a quello che provava per i tedeschi. Ricordo che quando seppe che sarei emigrata in Europa, mi scongiurò di non andare mai in Germania. Era inutile cercare di farla ragionare, su questo argomento era irremovibile!
In compenso mi disse che mi avrebbe insegnato l’yiddish: ma che me ne facevo io di quella lingua di vecchi ebrei? Adesso che lei non c’è più provo invece un forte rimpianto, e vorrei riallacciare quel legame attraverso le musiche che l’hanno accompagnata durante la sua vita.
La scelta di questo percorso musicale (klezmer, yiddish, tango) rappresenta la sintesi di un lungo viaggio, quello che fecero i miei nonni, fuggendo dalle persecuzioni, dai pogrom e dalla miseria.
Le diverse tappe musicali li seguono da vicino nelle loro partenze dalla Romania, dalla Polonia, dalla Russia e dalla Crimea, durante la sosta che fece mia nonna in Turchia - dove rimase per un breve periodo - fino all’arrivo a Buenos Aires, dove s’incroceranno infine le loro vite e le loro storie.
Ed è cosi che il mio nonno polacco sposa la mia nonna della Georgia e il mio nonno rumeno la mia nonna russa. Nonostante le provenienze diverse tutti parlavano l’yiddish, lingua di fusione nata sulle rive del Reno intorno al IX-X sec e poi diventata la madre lingua degli ebrei dell’Europa orientale.
F.Kafka, nel suo “discorso sulla lingua yiddish” dice: “Lo yiddish è percorso da un capo all’altro da migrazioni di popoli. Tutto questo tedesco, ebraico, francese, inglese, slavo, olandese, rumeno e persino latino che vive in esso è preso da curiosità e leggerezza, ci vuole una certa energia a tenere unite le varie lingue in questa forma.”
Praticamente scomparso, l’yiddish vive oggi una fase di risveglio, grazie anche a queste musiche che ci trasmettono la sua vitalità, attraverso l’ironia, la religiosità, il patetismo e la genuinità della musica popolare.
I brani della tradizione yiddish presenti in questo programma, descrivono di questa cultura i diversi sentimenti e le diverse vicissitudini che la animano: la tradizionale di mame iz gegangen sull’amore, la popolarissima e struggente oyfn pripetshik (diventata una delle canzoni simbolo della shoah) sui bambini, la divertente di mizinke oysgegebn sul matrimonio della figlia, la protesta sociale di dire gelt e di Hey! Zhankoye!, l’ironia di a finf-un-tsvantsiger sulla condizione dei musicisti, la malinconia di kinder yorn, di Mordechaj Gebirtig cantautore e falegname, universalmente riconosciuto come uno dei massimi esponenti della yiddishkeit., abbattuto per strada dalle SS, durante la distruzione del ghetto di Cracovia.
Un altro aspetto della cultura musicale ebraica è il klezmer, vocabolo yiddish che in ebraico è composto da due parole: kle-zemer. Significa letteralmente strumento musicale.
Questa forma musicale, intimamente legata al repertorio sinagogale e allo stile interpretativo dei chazzan (cantori) dell’Europa orientale, costruisce le sue melodie sugli stessi modi sinagogali, e gli strumenti, in particolare il violino e il clarinetto, imitano la voce del cantore.
Tuttavia klezmer è anche la fusione fra questa componente religiosa e l’interazione con il mondo sociale e musicale esterno alla comunità ebraica.
La contaminazione, insita in questo fenomeno musicale, appare chiaramente all’ascolto, facendoci arrivare l’eco di altre tradizioni musicali, come quelle arabe, turche, ucraine e zingare.
Uskudar è un canto d’amore conosciuto in tutto il mondo mediterraneo, dal Marocco ai Balcani, cantato nelle diverse lingue d’origine. Tra le tante esiste una curiosa versione degli ebrei sefarditi che miscela varie lingue: italiano,francese,inglese, arabo.
Buenos Aires, ultima tappa del viaggio, rappresenta, nel bene e nel male, la lenta assimilazione (che vivranno questi e altri immigrati).
Il tango con il suo gergo il “lunfardo”, altra fusione e contaminazione di lingue, esprime i sentimenti che più tormentano questa metropoli di immigrati: la nostalgia e il dolore del ritorno.
Volver è il tango dell’esilio per eccellenza.
Gli ebrei, che costituivano la quarta componente etnica di Buenos Aires, non sono estranei alla nascita e all’affermazione del tango. Le più importanti organizzazioni del tempo nel campo della malavita e specialmente della prostituzione erano in larga parte costituite da ebrei, soprattutto polacchi: anche il postribolo diviene così luogo d’incontro fra gli ebrei e il tango.
Peraltro, nelle orchestre di tango troviamo ebrei, in prevalenza violinisti (essendo stato il violino lo strumento principale della loro musica popolare), ma anche compositori, pianisti, bandoneonisti, direttori d’orchestra, cantanti ed impresari editori.
Verso l’inizio del secolo il tango si afferma al di qua dell’Atlantico, arrivando in poco tempo in Europa dell’est.
Durante la seconda guerra mondiale passa a far parte della vita dei ghetti e dei campi di concentramento e viene adottato come genere musicale e raccontato nella propria lingua: l’yiddish.
I nazisti tolleravano e anzi apprezzavano questa musica. È noto il macabro uso di far suonare “il tango della morte” alle orchestrine che accompagnavano i prigionieri mentre si incamminavano alle camere a gas.
Shpil zhe mir a tango in yiddish (cantami un tango in yiddish), la cui melodia diventò più popolare con altre parole e con il titolo shpil zhe mir a lidele (canzone) in yiddish, fa parte della raccolta “lider fun getos un lagern” di Shmerke Kaczerginski, il quale riuscì a fuggire dal ghetto di Vilna e ad unirsi ai partigiani, diventando il cantore della resistenza. Più tardi emigrerà in Argentina.
In seguito alla tragica morte della moglie nell’aprile del 1943, Kaczerginski scrisse il testo di friling; Abraham Brudno ne compose la musica. Dopo la distruzione del ghetto, Brudno fu deportato nel campo di concentramento di Kluga, in Estonia, dove mori nel 1944.
GabrielaSoltz
“Quando tutte le nazioni si renderanno conto che sono in esilio, l’esilio cesserà di essere; quando le maggioranze scopriranno che anch’esse sono minoranze, la minoranza sarà la regola e non l’eccezione…
In un mondo in cui siamo fondamentalmente degli estranei, il comandamento Amerai lo straniero non è semplicemente un desiderio altruistico, ma il cuore stesso della nostra esistenza…”
I.B.Singer Yiddish, lingua dell’esilio |